Ebbene sì, anche io ora voglio parlare di “Squid game“. Lo so cosa state pensando, ne sta già parlando chiunque, ma non nel modo che rappresenta il mio pensiero. Andiamo con ordine: “Squid game” esce a settembre 2021 in tutto il mondo sulla piattaforma Netflix, dopo anni che lo sceneggiatore Hwang Dong-hyuk cercava qualcuno che lo producesse. Qualora ci fosse ancora qualche pazzo che non l’avesse visto, vi lascio la trama, poi ne parliamo.

Seong Gi-hun è un uomo sudcoreano divorziato ed enormemente indebitato costretto a vivere grazie all’aiuto economico della madre. Tramite uno sconosciuto viene invitato a partecipare a una strana gara composta da sei giochi con l’obiettivo di vincere una grossa somma di denaro. Egli accetta l’offerta sperando di risanare così la propria situazione familiare sia nei confronti della madre che di sua figlia Ga-yeong, cercando di ottenerne l’affidamento. Accettando si ritrova così in un luogo sconosciuto insieme ad altre 455 persone con debiti simili ai suoi. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da guardie mascherate, sotto la sovrintendenza del “Front Man”, il capo che gestisce tutto il gioco. I giocatori scoprono ben presto che chi perde viene ucciso brutalmente e ogni morte aggiunge soldi al montepremi finale. Gi-hun fa squadra con altri giocatori, incluso il suo amico d’infanzia Cho Sang-woo, per sopravvivere alle sfide fisiche e psicologiche sottoposte dai giochi.

Partiamo dalla base: è una figata. Lo ammetto, non posso negarlo. E’ una storia innovativa, diversa dal solito, cruda, difficile, ma che rispecchia tremendamente la realtà dei fatti di molti stati. Stati in cui la povertà la fa da padrone e dove una persona è pronta a tutto pur di ripagare i suoi debiti e avere del cibo sempre assicurato in tavola. Parliamo di persone ai margini della società e che non hanno alcuna prospettiva buona di vita. Si parla di disperazione che porta i personaggi della serie a mettere a rischio la propria vita per vincere dei soldi. Il tutto in una location mozzafiato e ben organizzata. Con colori che restano impressi e che sono totalmente in contrasto con la storia narrata. Una colonna sonora più che adeguata a rimanere in mente. Basti pensare a come è diventata iconica e virale sui social la canzoncina “Un, due, tre, stella”. Ma in generale tutte le scelte sonore sono state fondamentali nella buona riuscita della serie.
A questo punto vi chiederete: e quindi? Cos’è che non ti ha convinta a sufficienza? E’ presto detto, ma prima è doveroso un

ALERT SPOILER!!!

La prima cosa che mi sento di dire in merito è che ci sono diversi buchi di trama e cose che non mantengono la loro coerenza. La dimostrazione c’è già al secondo episodio: il fratello di quello che poi si rivela essere front-man è un poliziotto. In teoria, front-man è sparito dalla circolazione da cinque anni: quando il fratello trova le varie cartelle degli anni, risulta partecipante del 2015, lì siamo nel 2020. Tuttavia, all’inizio, nel secondo episodio, lui va a cercare suo fratello, che fino al mese precedente ha pagato l’affitto. E voi qui direte “vabbè, ma anche se ha pagato può essere che lo abbia fatto dall’isola” e avete ragione. Ma il fratello, in cinque anni, non è mai andato a cercarlo? E quando lo va a cercare trova per la prima volta il biglietto da visita dei pazzi che praticano lo Squid game. Da lì gli parte il collegamento con il pazzo che aveva intravisto alla centrale di polizia, che avevo lo stesso bigliettino tra le mani. Quindi? Dopo cinque anni tutto ciò? Non ha senso. Era una cosa presto risolvibile tutto sommato: potevano fare in modo che lui già fosse sempre alla ricerca del fratello e che, quando incrocia il protagonista alla centrale, gli parte un flash-back di quando lo ha trovato nella stanza di suo fratello quando è sparito. Per me è un’incoerenza allucinante e inammissibile, raggirabile con davvero poco più di attenzione.
Altra cosa che poco mi è piaciuta: si monta una trama assurda, pazzesca, fenomenale. Con personaggi fantastici, funzionanti, super azzeccati. Una storia originale, sconvolgente. Poi il tutto viene ridotto a dei miliardari annoiati che si divertono a uccidere persone? Seriamente facciamo? Mi sarei aspettata una motivazione super fighissima e impattante, con qualche spiegazione in più. Invece hanno puntato tutto sul colpo di scena che numero uno fosse un pazzo miliardario in fin di vita che si è voluto mettere in gioco insieme agli altri per sentirsi più vivo. WHAT? Dai, è uno scherzo. Vero? Ditemi che lo è. Fermate il mondo, voglio scendere.
Chi sono, inoltre, le tute rosa? Come vengono arruolate? Non sono trattate meno da schiavi rispetto ai giocatori tutto sommato. La loro vita non vale molto di più, quanto meno quella dei cerchi. Si capisce che sono dei ragazzini, probabilmente ritirati dalla malavita anche loro, mi viene da dedurre, anche sulla base del fatto che cercano di fare soldi rubando gli organi dai cadaveri dei giocatori morti. Vengono controllati con delle telecamere anche loro, vivono in spazi larghi quanto un’apertura di braccia.
Infine, giusto perché non voglio fare un articolo eccessivamente lungo, non posso non menzionare l’assurdità di un’altra cosa che non viene spiegata: come fanno a sparire circa quattrocento/cinquecento persone all’anno, da vent’anni, senza che nessuno si ponga delle domande? Ok, sono presi dalla malavita, da situazioni di povertà assoluta, da famiglie indebitate con la mafia o con degli strozzini, ma è possibile che possano scomparire dalla circolazione più di ottomila persone in vent’anni? Ci sarà qualcuno di corrotto nella polizia? Avranno qualche aggancio con la mafia? Che tipo di organizzazione è? Questi miliardari annoiati non sono coreani, parlano in inglese. Che tipo di collegamento hanno? Come funziona il tutto?

Insomma, ci sono troppe domande e troppe cose lasciate allo sbando più totale. Puntate intere, come quella del gioco delle biglie, dove non succede pressoché nulla, occasioni sprecate di spiegare le cose meglio e realizzarle in modo migliore. Per arrivare al culmine del finale, fatto palesemente per dare modo a una seconda stagione di sussistere. Ma quanto è in realtà credibile che una persona, che ha visto morire 454 persone, voglia tornare lì, per rifare i giochi, invece che cercare di aiutarli da fuori?
Mi auguro che con la seconda stagione diano qualche informazione in più, ma la cosa certa è che avrebbero potuto dare qualcosa in più in questa prima, invece di puntare ogni cosa sulla spettacolarizzazione. Questo perché bastava veramente poco per sistemare qualcosa qui e lì e dare più soddisfazioni.
Senza dubbio “Squid game” è un successo, nel panorama attuale che stava diventando piatto, spicca senza ombra di dubbio, ma la domanda che mi ossessiona da quando ho finito la visione è: davvero non si poteva fare di meglio e soddisfare anche gli spettatori più esigenti? Ai posteri l’ardua sentenza.


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