Benvenuti in questa quinta tappa del blog tour di “Impasse” di Eliza Popa.
Vi avevo lasciato con la prima tappa, inerente all’adolescenza, che trovate qui, se voleste recuperarla.

Oggi invece di cosa parleremo? Di editing. Andremo a sviscerare, qui e lì, qualcosa che, specialmente negli ultimi tempi, è molto caldo.
Nel settore editoriale e con l’uso del self, sta avvenendo una rivoluzione in merito, su cui sarei anche poco d’accordo e, in questo articolo del blog tour, mi piacerebbe parlarne.

Innanzitutto, cos’è l’editing? L’editing è quella pratica, brutta e cattiva, secondo tanti, dove l’editor va a cambiare e stravolgere lo stile fantastico dell’autore che ha tra le mani un manoscritto già perfetto, così com’è.
Ah, non è questo? Scusate, ogni tanto mi confondo. L’editing è quella fase, post prima stesura, in cui un professionista prende in mano il tuo testo e scova gli errori, buchi di trama, parti incoerenti e molto altro. Da non confondere con la correzione di bozze, che è un controllo grammaticale e ortografico del testo.
L’editing è un lavoro più approfondito perché punta a sistemare proprio la struttura del testo, facendo modo che possa la storia reggere bene. Questa figura è molto importante perché l’autore non avrà mai il giusto distacco dalla sua opera per potersi accorgere di tante cose.
Se un editor scrivesse un libro, anch’egli avrebbe bisogno di editing, non fa eccezione.

Tanti oggi si chiedono, bonariamente: beh, ma se un editor è così bravo perché non se lo scrive lui un libro?
Tralasciando la stupidità di questa frase, perché, a questo punto, bisognerebbe anche chiedersi perché un insegnante decide di insegnare invece di praticare la professione che insegna?
Beh, la risposta, tuttavia, è molto semplice: non si può essere bravi a fare tutto. Con ogni probabilità, un editor sa anche scrivere un libro, ma può non riuscirgli alla perfezione. Io, per esempio, sono un editor e vi posso dire con molta onestà che mi trovo molto più a mio agio a editare testi che a creare storie. Ho una mente più analitica che creativa, sotto questo punto di vista. Come un insegnante, probabilmente, è più bravo a insegnare che a praticare.

In tutto ciò c’è qualcosa di male? A me non sembra. Anche i grandi autori hanno bisogno di editing. Dan Brown, giusto un autorello da quattro soldi, ha sette editor. Volete davvero considerarvi meglio di Dan Brown, se pensate di non averne bisogno? Beh, non vi conosco, vi auguro che sia realmente così, ma se così non fosse, l’editing è anche un bagno di umiltà.
Sette editor perché alla fine un testo, da più occhi passa e meglio è. Nel momento in cui si edita e si rilegge un testo moltissime volte, tante cose iniziano ad essere scontate anche agli occhi dell’editor, quindi più occhi hai, più errori scovi.

Cosa c’entra, tutto ciò, con “Impasse”? Beh, io non sono stata l’editor di questo romanzo nello specifico, ma vi posso assicurare che si nota che è ben editato. Eliza, a detta anche della sua casa editrice, ha collaborato moltissimo con il suo editor, è stata ben seguita dal professionista in questione. Nonostante la fase di editing faccia male, perché da autori del nostro testo non vorremmo mai voler vedere andare via delle parti che ci sono costate tanto, è giusto farlo, per il bene del libro stesso. L’editor non è un nemico, ma è un vostro alleato. Tiene alla storia quanto voi e il suo unico interesse è di migliorarla e portarla alla sua forma migliore. Questo l’autrice lo ha capito e, vi posso assicurare, che gli effetti sul libro si notano eccome.
Provare per credere.


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