«A volte, le sembra di non avere un posto al mondo in cui esistere.»

Credo che questa frase racchiuda in modo inequivocabile i sentimenti di Hanadi (che poi diventerà Hannah), ed è esattamente ciò che ho provato anche io leggendo la sua storia. Un percorso di vita tortuoso, con enormi lacune in cui rischia di sprofondare e ricordi vaghi che ad un certo punto non è nemmeno sicura siano veri.

Ma andiamo per ordine.

Munīr e Saīda sono cugini materni di primo grado; originari dell’Arabia Saudita e cresciuti insieme, tra loro è nata una complicità incredibile; un desiderio silenzioso, taciuto, fatto di sguardi rubati e sorrisi celati al resto del mondo, ma così sincero e straripante che spezza le regole e li travolge con prepotenza. Se sia davvero amore, non lo sanno e forse non lo scopriranno mai, ma quel senso di felicità che provano quando sono insieme li abbaglia a tal punto da convincersi che un futuro condiviso è tutto ciò di cui hanno bisogno.

Quando Munīr si trasferisce in America, dopo essere stato ammesso all’università di Cleveland, si rende conto che Saīda continua a occupare i suoi pensieri e inizia a dubitare che partire senza di lei sia stata la scelta giusta. Difatti, in seguito ad alcune vicende famigliari, i due decidono di sposarsi e tornare nel nuovo continente insieme, dove anche la ragazza comincerà a frequentare i corsi.

L’euforia dura poco e un anno e mezzo più tardi, in pieno inverno e con una bambina in arrivo, dell’idillio dei due giovani non vi è più traccia; Munīr prova ad andare incontro alla moglie, a ristabilire con lei quel filo conduttore che li ha portati fin lì seppur scegliersi malgrado tutto non sia stato semplice, ma Saīda resta impassibile ai suoi tentativi e li rispedisce al mittente senza troppi giri di parole. Tenta persino il suicidio, sopraffatta da un’esistenza che non rispecchia più i suoi desideri e che le sta ormai stretta.

I due divorziano qualche anno più tardi; Munīr torna nel suo paese mentre Saīda resta a Cleveland con la bambina, Hanadi. Fino all’età di cinque anni, il padre la viene a trovare quanto più spesso può, anche se affrontare un viaggio simile non è facile, né economico; si sentono nei fine settimana e Hanadi è innamorata del suo papà. Malgrado la sua tenera età le impedisca di comprendere gli aspetti più dolorosi della situazione, non c’è modo di soffocare la mancanza o la felicità nel rivederlo.

Secondo le leggi saudite, Hanadi può stare con la madre fino all’età di sette anni, poi verrà data in affidamento al padre. Questo Saīda lo sa bene, è il suo incubo più ricorrente, che la tormenta giorno e notte. Non c’è un modo per evitarlo, ma neanche un compromesso che glielo faccia accettare senza lottare.

È per questo che, nel giorno del suo quinto compleanno, la bambina verrà rapita dalla madre e di loro non ci sarà più traccia. Per molto, moltissimo tempo.

Munīr non si dà pace, è determinato a trovare la sua bambina; inizia un lungo percorso tra ricerche e investigatori privati, ma ogni pista si rivela un buco nell’acqua. Gli anni passano, la devastazione corrode poco a poco le sue forze; Munīr non è nemmeno più sicuro che sia giusto riportare a casa sua figlia, se lei lo voglia. Inoltre, si chiede quanto le stravolgerebbe la vita, precipitandovi all’improvviso, confondendola e mettendola di fronte a un bivio che forse lei non ha mai neanche preso in considerazione.

Trascorrono dieci anni. E, finalmente, l’uomo può riabbracciare la sua bellissima bambina, nel frattempo diventata una giovane donna.

Tra di loro, un mondo intero da esplorare.

Due esistenze unite indissolubilmente, eppure così lontane da non sfiorarsi.

Non sarà facile stabilire dei punti di contatto, creare un rapporto di fiducia reciproca che non hanno mai avuto la possibilità di costruire, lasciarsi guidare dal cuore laddove la paura prende il sopravvento. La paura del nuovo, dell’inusuale, della diversità.

Perché Hanadi scoprirà di avere una famiglia, al di là dell’oceano, che la attende da anni e che non vede l’ora di accoglierla. Una famiglia saudita.

Hanadi non sa se sia pronta per conoscere le sue origini, ma per troppo tempo si è sentita così sola e “di nessuno”, che la sola idea di avere un posto a cui appartenere, un posto da chiamare casa, le scalda il cuore. Crescere senza un punto di riferimento è stato destabilizzante e a tratti spaventoso, ora questa possibilità la fa vibrare di un sentimento nuovo, Hanadi vuole solo viverlo fino in fondo e capire se possa dare un senso alla sua intera esistenza. Intanto, potrebbe darle un inizio.

Mi fermo qui, lasciando a voi il piacere di scoprire le sfaccettature di questa scelta, il coraggio di affrontare una cultura così diversa, le difficoltà nell’approcciarvisi e quanto l’amore possa rendere tutto questo possibile.

L’autrice ci descrive con minuzia di particolari i sentimenti dei personaggi, la rabbia, la sofferenza e il dolore, che si intrecciano fra loro fin quasi a completarsi a vicenda. Una disperazione silenziosa e devastante trabocca da ogni parola, tramutandosi in gesti remissivi ed errori commessi spesso per paura, o più semplicemente per l’insulso e inevitabile istinto di proteggersi.

Il rimpianto si sedimenta nel petto come grumi di emozioni incomprese, inespresse, il più delle volte frantumate a discapito di segreti che hanno spezzato persino noi.

Eman Quotah, l’autrice di questo splendido romanzo, ci ha regalato una storia potente, incisiva, a tratti graffiante e a tratti tagliente. Ho assorbito le emozioni e le ho fatte mie, mi sono immedesimata nelle situazioni descritte e non sempre ho saputo scegliere una strada. Ho imparato che non sempre ce n’è una giusta, però possiamo impegnarci per tratteggiare al meglio quella che percorriamo, renderla alla nostra altezza e lastricarla di nuova speranza.

Che Incipit23 sia una casa editrice che offre qualità garantita, sia per quanto riguarda i testi curati e impeccabili, sia per le storie profonde e coinvolgenti che ci propone, è ormai un dato di fatto impossibile da contestare. Mi sento di affermare, tuttavia, che la nuova collana di cui fa parte questo primo romanzo sia tanto ambiziosa quanto promettente; chiamata non a caso Orizzonti, è il perfetto connubio di emozioni e realismo, dosando ed equilibrando sentimenti genuini e spontanei ad altri più subdoli e indecifrabili, dettati spesso da inevitabili circostanze o dal dovere individuale verso la vita stessa, verso un’altra persona o nei confronti della cultura a cui si appartiene.


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