Elliott è la definizione della bellezza e della tenerezza. Sin dalle prime righe di questo romanzo, è impossibile non innamorarsi della sua tenacia e della timidezza che accompagna la sua giovane età. Con semplicità, o forse proprio grazie a quella, entra nel cuore del lettore e si prende il posto d’onore.

È solo un bambino quando la mamma lo manda per la prima volta a trascorrere l’estate dagli zii, a Oak Creek, posto in cui anche lei è cresciuta e che odia profondamente; ma sa che lì Elliott sarà al sicuro, al riparo dalle violente liti domestiche e da un padre che beve troppo, ma sa che sarà soprattutto amato.

Non c’è molto da fare durante le giornate afose in un buco di cittadina come quella, però; finché Elliott non riceve in regalo dalla zia una macchina fotografica, e le sue giornate acquistano un senso. Fotografa tutto ciò che reclama la sua attenzione, dai tramonti screziati di rosso alle pianure verdeggianti, scoprendo non solo una passione ma anche un talento.

E poi… scopre anche lei.

Accade per caso, in uno di quei pomeriggi passati in cima a una vecchia quercia, nel giardino dei vicini. Aspettava la luce giusta e che i colori diventassero più nitidi, per catturare quel preciso istante a cui sarebbe valsa la pena dare un per sempre sulla sua pellicola. Invece i suoi occhi si riempiono della bellezza di una ragazzina della sua età e di tutta la tristezza che emana anche a distanza. Ed è quello l’istante da immortalare, Elliott lo sa. I grandi occhi verdi di quella bambina che, oltre il velo di lacrime, forse nascondono molto di più.

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Catherine si accorge di lui qualche estate dopo, in circostanze che per un breve momento le fanno paura: vedere un ragazzo che prende a pugni un albero nel tuo giardino, con il sangue che gli sporca le nocche e una rabbia feroce che gli toglie il respiro non è decisamente il modo migliore di fare conoscenza.

Ma poi basta uno sguardo, quello di Elliott che si abbassa e Catherine che resta a osservarlo, ora curiosa; una domanda tanto semplice quanto scomoda, la voce di lui che trema per trattenere la frustrazione e il pianto, quella di lei un po’ incerta, perché magari non è più sicura di voler sapere davvero.

Eppure, Elliott la convince a farsi offrire un gelato. Poi le ruba una foto. Entro sera un sorriso e nelle settimane successive anche il cuore.

Sanno di non poter stare insieme, perché Elliott non otterrà mai il permesso di trasferirsi dagli zii e lei è ancora troppo giovane per pensare di andare ovunque senza i suoi genitori. Ma si promettono che si rivedranno, che si scriveranno e si telefoneranno e aspetteranno con il fiato sospeso che arrivi l’estate successiva per riabbracciarsi. Si promettono che non permetteranno a nulla di separarli.

Un mondo fatto di promesse, tanto bello e fantasioso quanto evanescente. Perché basterà un soffio di vento per spazzare via ogni singola parola.

Nello stesso pomeriggio in cui Elliott e Catherine si scambiano tutte quelle promesse, il papà di lei ha un malore; i ragazzi lo scoprono in maniera brutale e senza la possibilità di attutire il colpo, perché trovano l’ambulanza nel cortile della ragazza proprio mentre stanno tornando a casa. Lei è sconvolta, entra in casa per cercare la madre e capire cosa sia successo, perché tutto è confuso e il suo corpo non la smette di tremare. Ma quando torna fuori, laddove Elliott era rimasto ad aspettarla, non lo trova. Non lo vede da nessuna parte. Lui è semplicemente scomparso e il dolore per la perdita del padre unito alla delusione per quella del suo amico speciale, aprono una voragine nella quale la ragazza rischierà di essere risucchiata.

Quello che nasce come un romanzo d’amore e che viene definito a gran voce “una storia toccante che resiste alle molteplici prove del tempo”, in realtà si rivela essere molto di più e assumerà nella seconda metà del libro sfumature tipiche del thriller psicologico.

Ora, come ho precisato più volte, io non sono molto ferrata in questo genere, anche se mi affascina molto e la voglia di cimentarmi nella lettura di romanzi psicologici è sempre dietro l’angolo. Ma, proprio perché deve seguire un filo logico quanto intricato e se l’autore non ha una spiccata capacità di creare la tensione giusta e tenerci incollati fino al colpo di scena finale, perdersi nei meandri dell’assurdità e della noia è un rischio molto alto.

Non sto dicendo che sia successo questo, con il romanzo della McGuirre, però sicuramente avrebbe potuto fare di meglio. Gli elementi c’erano, alcuni più inutili e ripetitivi di altri, ma in linea di massima ha creato un’atmosfera cupa e una rete di avvenimenti/comparse insoliti che avrebbero potuto velare di mistero e farci tremare le ginocchia molto più di quanto abbia fatto.

Credo che il potenziale di renderlo sorprendete fosse proprio lì, tra le righe, ma che lei non abbia saputo amplificare i dettagli e l’eco del Gran Finale abbia perso di intensità.

Ciò premesso, è un romanzo che si fa leggere e che, senza enormi aspettative, può piacere. Ma se siete avvezzi ai thriller, alle trame psicologiche e al mistero in generale probabilmente non ne resterete sbalorditi.

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