In occasione del Salone internazionale del libro di Torino, che si svolgerà presso il Lingotto, dal 9 al 13 Maggio, l’autore Stefano Luti sarà presente allo stand di 50 mila pagine e abbiamo quindi colto l’occasione per fare qualche domanda all’autore sul suo testo, che avrete poi modo di conoscere meglio in fiera. Il libro che troverete al nostro stand è “Una goccia d’amore oltre la morte”, scritto a quattro mani con l’autore Antonio Cristiano. Iniziamo quindi a conoscerlo meglio con questa intervista, in attesa del Salone e a entrare nel vivo della sua storia. Qualora voleste scoprire qualcosa di più sul libro, potete cliccare direttamente qui.

Io e Antonio Cristiano, autori del testo, non abbiamo certo fatto mistero, essere gli alter ego, dei due principali personaggi maschili, esprimendolo chiaramente già nelle nostre note. Le figure femminili di Alison e Nivola, non sono state create, ideate artificialmente, ma frutto di pure esperienze di vita, che abbiamo voluto traslare nel romanzo, onde rendere testimonianza di fatti e situazioni straordinarie, anche paranormali, perché Antonio Cristiano è stato un sensitivo o come si voglia chiamare, chi è dotato di doni non comuni e dunque eccezionali.

Scritto a quattro mani, ognuno ha portato se stesso e per quanto mi riguarda, avendo iniziato l’avventura letteraria, pubblicando sillogi poetiche, la stesura sotto forma di prosimetro, fusione di prosa poetica e poesia, è risultata naturale. Spazio e Tempo, due coordinate che ci hanno impegnato molto, nella forma e nella sostanza. Alison è stata una donna del nostro tempo, inglese, votata alla tradizione mediterranea, ma sempre legata alle origini e Nivola, entità del Duecento, che per renderle verità e giustizia, donandole credibilità, l’abbiamo fatta parlare nella sua lingua volgare, pur applicando tutte le semplificazioni linguistiche possibili, onde renderla maggiormente fruibile ai lettori. Ostacoli notevoli, che hanno portato innumerevoli spunti di riflessione, ma alla fine, ritengo essere riusciti a dare valore, a chi vagava da secoli, infine ascoltata, da chi possedeva il dono di farlo.

Come accennato in precedenza, in un certo qual modo, il libro è stato scritto, portando le nostre esperienza di vita, in un testo veritiero, che lascia alla fantasia, solo qualche raccordo, a beneficio della sequenza narrativa. Il personaggio Davide, dietro al quale mi sono celato, per puro pudore, ha veramente conosciuto e amato Alison Jane, ballerina, coreografa e costumista, stabilitasi a Torino, dopo aver vagato, in Italia e in Europa, con gli spettacoli della Compagnia Nazionale di Operette.

I fatti reali, si riferiscono a una trentina di anni addietro e all’epoca, tutti i luoghi erano e lo sono ancor oggi, almeno in parte, perfettamente riconoscibili. Così come la tragica fine, dopo tre anni di amore coinvolgente, alla Morte. Senza contare le personali visioni, sensazioni, timori, paure, per essere catapultato in un’esperienza paranormale, nella quale l’entità di Alison, mi si manifestava in maniera così intensa, da avere bisogno della presenza di Antonio Cristiano, Antonio Romano nel libro, affinché, parlandomi di Nivola, potessi meglio comprendere un mondo non mondo, l’Oltrevita.

La festa gitana e la chiromante: momento e personaggio fondamentali, per la sedicenne Alison, che ancora non può rendersi pienamente conto, di quanto la predizione nefasta, influenzerà il proseguo della sua vita. Anche per questa situazione, non trattasi d’invenzione letteraria, ma di fatto realmente accaduto. Alison non voleva farsi leggere la mano, ma una volta introdotta nell’orbita del falso o veritiero magico cerchio, si rischia d’entrare in quella che vien chiamata “profezia che si autoavvera”, come il modo in cui le persone definiscono le situazioni, in quanto reali. Oppure no? La chiromante possedeva dunque poteri divinatori? In qualsiasi caso, tutto avvenne come previsto.

Fato e Destino, origine diversa, per un significato simile. Da millenni, ci si interroga sulla presenza e sul valore di tali termini: per gli antichi Greci, il Fato risultava collocato persino al di sopra di Zeus, divinità suprema, ma al di sotto del Kaos, il Destino appare come il vento, che non si vede, ma se ne possono osservare gli effetti. Ritengo l’uomo in possesso del libero arbitrio, responsabile delle proprie scelte e delle proprie azioni, ma su alcuni episodi della vita, talvolta non si comprende né il come né il perché, per cui i nostri passi, che volevamo condurci da una parte, ci fanno invece ritrovare da un’altra.

Credo aver spiegato come il vortice di passione tra i due personaggi, altro non sia che la trasposizione nel testo, della realtà, che vide me ed Alison, vivere un’intensa storia d’amore, di travolgente passione, ma segnata sin dall’inizio dalla malattia di lei. Tale situazione, precaria, come solo i funamboli possono interpretare, portò a non dar nulla per scontato, godendo di ogni istante e realizzando quella particolare fusione di sentimenti e d’emozioni, arricchita dalle reciproche attività artistiche, che trovavano linfa vitale, nella gioia d’emergere agli occhi nostri.

La perdita fu devastante, come ben conosce, chiunque abbia avuto un’esperienza analoga. La poesia, la scrittura, ebbero un ruolo fondamentale, nell’elaborazione del lutto, ove portai tutti i sentimenti, nei versi, che in parte si ritrovano in “Una goccia d’amore oltre la morte”. Sono un credente e come tale, parlavo idealmente alla sua anima, ma la frequentazione decennale con Antonio, mi aveva portato ad affinare alcune facoltà, che seppur in maniera imperfetta, mi fecero comprendere come l’anima di Alison fosse ancora presente nella mia vita.

Non ero in grado di gestire tale situazione e devo ad Antonio Cristiano, aver mantenuto la lucidità e l’integrità mentale. Al di fuori e nella teoria, il contatto con una entità, ai più, può apparire desiderabile e di splendida bellezza. Vivere tale rapporto nel quotidiano, pur essendo consci trattarsi dell’entità, di chi in terra tanto si è amato, può spaventare, se non altro, nel discernere se stia realmente accadendo o sia invece la mente, a generare illusioni sperate, che possono portare, in casi estremi, alla pura follia. Senza un’adeguata preparazione o sostegno, può capitare anche questo.

Come ricordiamo nelle nostre note, io e Antonio, abbiamo esitato molto, prima di scrivere questo libro, rimasto poi nel classico cassetto per un lunghissimo periodo e solo recentemente portato al pubblico. Una storia, che specie nella parte paranormale, può tranquillamente non essere creduta e considerata frutto di fantasia creativa. Di questo non ci siamo preoccupati. Per quanto mi riguarda, tornando all’elaborazione del lutto, è stata una sorta di esorcismo, nel senso che solo rendendo testimonianza palese, di una donna straordinaria e di un’artista meravigliosa, avrei potuto compiere quel fatidico passo in avanti, per continuare a vivere la mia esistenza, altrimenti prigioniera del passato e incapace di amare nuovamente.

La figura di Nivola, esperienza paranormale di Antonio, usata per raggiungere la mia maggiore comprensione, ci ha offerto anche l’opportunità di infrangere un tabù, che come individua nella prefazione Francesco Ricci, è relativa all’Oltrevita, alla vita dopo la morte. Con l’affermarsi del metodo scientifico, del Positivismo e del materialismo imperante, specialmente dal secondo dopoguerra in avanti, se ne è parlato pochissimo. Ricci rileva, come per noi autori “realtà e parola che possiede una ricchezza e una ampiezza di significato, che la parola realismo, invece, non ha”. Verissimo.

Abbiamo raccontato delle esperienze e delle scene di vita vissuta, del passato e del presente, con l’intento, di comunicare e condividere, rendendo partecipi i lettori, di un grande amore, di un infinito dolore seppur condito da meravigliosi ricordi, di un aspetto paranormale dal fortissimo impatto ed infine, della speranza di come la Vita possa riuscire a risollevarsi nell’essere, superando il senso d’impotenza, di rabbia e di frustrazione, che la morte di una persona cara, genera nella nostra psiche, quel soffio, quel respiro vitale, che per gli antichi Greci, designava il concetto di anima.


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