Morti e sepolti e Il diavolo di Mergellina – Alessandro Testa

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I nostri autori emergenti mi dipingono la rubrica di tutti i colori, di ogni genere e di tantissime parole. Oggi si tinge di giallo con “Morti e Sepolti” e “Il diavolo di Mergellina” di Alessandro Testa (per il profilo dell’autore, clicca qui). “Morti e sepolti” è il primo della serie, esce nel 2016, è stato per un mese intero n. 1 su Amazon. “Il diavolo di Mergellina” è uscito a Dicembre 2018, quindi è nuovissimo, ed è il seguito di “Morti e sepolti”, con gli stessi protagonisti, entrambi editi da Edizioni Il Vento Antico.

Trama “Morti e sepolti“:

Questura di Napoli, ai giorni d’oggi.
Il commissario Antonio Sasso e l’ispettore Anna Nardi sono chiamati su una scena del crimine, un vecchio palazzo signorile di Napoli in Via Tarsia, dove un giovane albanese, operaio in nero di una impresa edile che sta eseguendo lavori di ristrutturazione proprio nel palazzo, è stato ucciso.
Qualcuno gli ha sfondato il cranio con un piccone. Sotto il suo corpo viene ritrovato anche un panetto di droga. Quando il cadavere viene rimosso, ecco la sorpresa. Sotto, in un’intercapedine del pavimento, c’è uno scheletro vecchio di almeno sessant’anni. Un uomo, anche lui ucciso con un colpo violento alla testa.
La Dia interviene sul posto e prende in carico il caso di evidente traffico di droga. Ad Anna Nardi viene assegnato il caso di Bacol Shebani, l’albanese ucciso. Antonio Sasso, sotto la minaccia di una valutazione del suo stato di servizio dopo la scoperta della sua passione per le scommesse, si occuperà invece dello scheletro sepolto.
Sasso e Nardi conoscono così l’avvocato Scorza e la sua badante e gli insegnanti ormai in pensione Cannavacciuolo, marito e moglie che possono ripercorrere quel periodo storico sfortunato.
Si parla di Napoli sotto le bombe, dei morti, soprattutto della famiglia Del Vecchio, che viveva nel palazzo, sterminata dall’esplosione di una bomba il 4 dicembre 1942 mentre attraversava la città sul tram numero 9.
I due poliziotti ascoltano, ma sembra non esserci risposta alle loro domande: chi e perché ha ucciso Bacol Shebani? Di chi sono quelle ossa ritrovate sotto il pavimento?

Trama “Il diavolo di Mergellina“:

– Abbiamo riaperto le indagini.
– Dopo quarant’anni, chi ve lo fa fare?
– Fossero anche ottanta, andrò fino in fondo: ci sono un uomo assassinato in casa propria e una giovane donna incinta morta in circostanze che non esito a definire dubbie.
Un efferato omicidio aspetta il suo colpevole da decenni. La riapertura del caso spinge chi lo vorrebbe irrisolto a mettere i bastoni tra le ruote della neonata Unità Delitti Insoluti. Ma Sasso e Nardi non si fermeranno, seguiranno una pista ormai fredda, trovandone un’altra caldissima, al punto da correre il pericolo di bruciarsi. Sasso ha un disperato bisogno di soldi e accetta di dedicarsi a un caso apparentemente già risolto per provare l’innocenza dell’unico imputato. L’indagine non autorizzata lo costringe a complicati sotterfugi, ma alla fine avrà bisogno dell’aiuto dell’ispettore Nardi per concluderla.Ricatti, depistaggi, omicidi vecchi e nuovi: lavoro e vicende personali si confondono e si trasformano, ma la squadra porterà alla luce la verità e farà, forse, giustizia.

 

Ho letto entrambi i libri nell’arco di una settimana talmente mi avevano presa. In entrambi si può ammirare una crescita del protagonista, il commissario Sasso, contornato da un’indagine estremamente accurata. Risolvere dei casi così datati, dove il tempo può aver cancellato ogni ricordo ed ogni traccia, sembra non essere un grosso problema per Sasso e Nardi, che con destrezza indagano, interrogano e seguono ogni pista con maestria. Ammetto, tuttavia, almeno all’inizio di essermi trovata un po’ spiazzata, ci sono molti personaggi, facevo fatica, quando ne riappariva uno, a ricordare chi e cosa rappresentasse. Dopo questa prima difficoltà iniziale, è stato tutto in discesa e mi sono abituata al modo di scrivere e di narrare dell’autore.
Tutto sommato penso che inserire qualche caso in meno, avrebbe permesso al lettore di cimentarsi totalmente nella conclusione dell’indagine. In “Il diavolo di Mergellina” ci sono prevalentemente tre situazioni distinte ed ogni tanto mi confondevano, avrei preferito magari più focus sui casi principali, in modo da concentrarmi su quelli, senza ulteriori distrazioni. Un ultimo eventuale difetto che ho riscontrato è stato la mancanza di una voce narrante ben definita. In alcuni casi sembrava una voce esterna alla situazione, in altri sembravano i protagonisti. Questi dettagli tuttavia non creano problemi al fine di cimentarsi nella storia, diciamo che sono sottigliezze per rendere il lavoro il più perfetto possibile.
Detto ciò, i libri mi sono piaciuti moltissimo, sono una grande fan della copia Sasso e Nardi e spero di rivederli presto alle prese con altri casi, perché davvero sono molto capaci nel loro lavoro. La cosa bella di questi libri è stato proprio il coinvolgimento provato durante l’indagine, specialmente le ultime centinaia di pagine me le sono divorate totalmente, ero troppo curiosa di scoprire la verità. Menzione particolare per il finale di “Il diavolo di Mergellina” che è stato, quasi totalmente, a sorpresa. Una tecnica molto strana usata dall’autore che ha tenuto nascosto fino alla fine un particolare che era fondamentale al fine di risolvere il caso. Ne ha dato qualche indizio, ma, almeno ai miei occhi, nulla che potesse realmente permettere al lettore di arrivarci. Interessante, quanto molto strana come scelta.
In conclusione, per gli amanti del giallo, questa non è sicuramente una serie che deve mancare nelle vostre librerie e, per chi è amante del territorio italiano, dove lo possiamo trovare un giallo ambientato nella bellissima città di Napoli? L’autore in questo non si risparmia, nel libro ogni tanto ci regala sprazzi di Napoli e dintorni e di quei posti meravigliosi con delle descrizioni davvero singolari e degne di nota. Un giallo dal sapore tutto italiano, di mare e di Napoli.

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La contessa – Marco Spelgatti

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Emozioni contrastanti per questo nuovo libro della rubrica autori emergenti. Parliamo di “La contessa” di Marco Spelgatti (per il profilo dell’autore, clicca qui), edito da Gonzo editore, uscito quest’anno. E’ un libro così particolare che non so bene di che genere poterlo definire, ma è anche questa la sua bellezza. Senza dubbio è un racconto soprannaturale, un po’ thriller e con qualche traccia di esoterismo, il tutto combinato in modo più che perfetto.


Trama:
La famiglia Maleni, che di nobile ha ormai solo il blasone, è tenuta in scacco dall’inquietante matriarca. Muovendosi nell’ombra la contessa decide le sorti di tutti, in particolare della figlia femmina di cui ha combinato, suo malgrado, il matrimonio con un giovane industriale. Villa Maleni è posta al confine con una valle nota a tutti come Mangianime, un luogo pervaso di energia mistica sul quale circolano innumerevoli macabre leggende, capace di far emergere la vera essenza di ognuno. Difficile sfuggire a se stessi se si percorre la valle del Mangianime, lo sa bene Matthias cameriere della villa, protagonista de “La contessa”, che ne è fatalmente attratto. Il diario di Matthias ci accompagna nella scoperta di un atroce delitto al quale seguiranno le indagini e lo smascheramento dell’assassino inaspettato, ma “La contessa” è soprattutto il viaggio dentro l’ossessione di un uomo, perché il mondo ti vede per come tu ti vedi.

    

L’autore dice di sé:
Marco Spelgatti è nato nel 1984. Cresciuto nella campagna bergamasca, sul Lago d’Iseo, ha vissuto tredici anni a Firenze. Attualmente vive a Bologna. Scrive racconti soprannaturali perché pensa che il modo migliore di raccontare la realtà sia usare l’irrealtà.

“Le ho proposto più volte di condividere con me una passeggiata lungo il corso d’acqua, ma ha sempre trovato un modo per evitare tutt ala zona del mangianime, ammonendomi più volte.
Ha un temperamento romantico e sognatore, e si fa coinvolgere molto da ciò che legge. Il tono della sua voce, il suo passo, il suo respiro sembrano modificarsi quando trova un libro che la coinvolge molto.”

Ho letto davvero pochi libri così particolari e di questi generi, ma di “La contessa” sono stata piacevolmente sorpresa. La narrazione avviene in modo diretto, il protagonista scrive un diario ed il lettore è considerato questo diario, di conseguenza Matthias ci da del tu. Questo, per quanto mi riguarda, tiene sempre costante l’attenzione sulla storia, senza mai perdere questa costante. Spesso è un rischio questo genere di scrittura perché il rischio è di avere troppa narrativa che a lungo andare risulta noiosa, senza dialoghi o interruzioni che danno più ritmo al racconto. In questo caso, invece, è gestita davvero con maestria e non risulta mai noioso, anzi. Le ultime pagine le ho lette in pochissimo tempo, sia per curiosità sia per un vero e proprio rapimento per le vicende di Matthias.
Il finale è perfettamente in linea con la storia, è stato davvero la ciliegina sulla torta per un’ottima conclusione ad una storia molto bella. Non sono riuscita a trovare alcun difetto in questo libro perché per me non ne ha e se ne ha è tutto di poco conto rispetto al coinvolgimento nella storia, nella sua inusualità l’ho davvero apprezzato tantissimo.
Quando leggo, come mia abitudine personale, tengo sempre in parte un quadernetto nel quale annotto le frasi, i passaggi che più mi colpiscono in un libro. Inutile dire che, leggendo questo racconto, di “solo” 170 pagine, ho annotato quattro interi passaggi, alcuni dei quali li utilizzerò per arricchire questa recensione, per cercare di farvi capire su che livello siamo.
Il tono dell’autore, inoltre, è molto classico, quindi non abbiamo una scrittura con inflessioni del gergo del giorno d’oggi. Insomma, “La contessa” è un libro speciale, non saprei davvero come altro definirlo e mi auguro che questa cosa passi attraverso le mie parole, attraverso le citazioni perché oggi forse sono pochi i libri che meritano davvero, ma questo è senz’altro uno di questi.

“In un contesto come questo, così isolato, sono riflessioni doppiamente spaventose, perché non vengono soffocate dal contraltare della realtà di qualcun’altro. Nel quotidiano rintracciamo fuggevoli punti di contatto tra il nostro mondo e quello degli altri e definiamo così ciò che è reale e ciò che non lo è. Quando siamo soli, isolati, come possiamo evitare la follia?”

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Un posto per Victoria – Veronica Evangelisti

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Se cercate un libro veloce e carino da leggere, “Un posto per Victoria” di Veronica Evangelisti fa proprio per voi. Ormai è chiaro che con questa rubrica di autori emergenti mi cimento nelle letture più varie ed in questo caso mi sono trovata davanti una lettura a tratti molto impegnativa.

Trama:
Un momento solenne: il trapasso di un’anziana signora. Per alcuni mamma, per altri sorella, per altri ancora nonna, come per Viola De Santis, appunto. La grande famiglia, grande e sbriciolata da mille incomprensioni e litigi, si trova riunita per l’ultimo saluto alla “tigre”. In quella circostanza di morte, Viola si pone molti interrogativi sulla vita. Domande e riflessioni sul senso della famiglia, sui rapporti tra i componenti che erano lì accanto a lei. Andando indietro con la memoria, in un passato che non poteva essere poi così lontano, se la nonna era ancora tra loro, riaffiorano situazioni tanto assurde e diverse da sembrare distanti mille anni. La dolorosa, pesantissima situazione della nonna da giovane, la guerra, l’immane fatica di vivere. Cos’è, quindi, la morte…? Una liberazione? Una resa dei conti? Un momento che fa piangere alcuni e lascia altri indifferenti? C’è un detto che dice che chi muore lascia il posto a chi arriva…

L’autrice dice di sé:
Veronica Evangelisti, nata a Roma il 08-10-1983. Diplomata in grafico pubblicitario nel 2002, decide di non appassionarsi a questo lavoro perché sa che non è quello che ama. Comincia subito a lavorare nel settore della vendita, scrivendo sempre per sé in un diario tutti gli aneddoti che le capitano durante il giorno. Ama raccontare storie. Il suo sogno è diventare attrice di teatro, ma rimane solo un sogno. Nel 2009 crea la sua famiglia, nel 2011 e nel 2014 diventa madre ed è proprio in questo momento di riflessione, dopo aver perso il lavoro a causa della sua prima gravidanza, che decide di cominciare a scrivere un libro. In questo periodo la scrittura diventa la sua amica, scrivendo Un posto per Victoria.

Viola, la protagonista, rivanga per tutta la durata del romanzo vari ricordi e aneddoti della sua vita, in occasione di un funerale. I ricordi che vengono sottoposti al lettore non sono altro che le tipiche avventure di una famiglia tradizionale del Sud, pugliese in questo caso. I miei parenti sono tutti del meridione, quindi purtroppo, o per fortuna, conosco molto bene tutte le tradizioni, tutti i luoghi comuni e tutte le fisse di quei posti e l’autrice le ha raccontate e tramandate nel modo più semplice possibile, senza pregiudizi o cattiveria insomma, anche perché, alla fine, era davvero così un tempo.
La scrittura non è perfetta, qualche errore è presente all’interno del romanzo, ma tuttavia si parla sempre di un primo libro e quasi nessuno ad un esordio è Alessandro Manzoni. Il contenuto tuttavia, a mio parere, fa passare oltre a questo, perché davvero è profondo, parla di vita vera, non della famiglia del Mulino Bianco, ma di famiglie tradizionali ed anche terribilmente travagliate. Insomma, se volete assaporare un po’ di Sud ed un po’ di vita vera, non dovete far altro che leggere “Un posto per Victoria“. La sua vera essenza è senza dubbio la famiglia, quella che, seppur strana e travagliata e, a tratti cattiva, c’è sempre nel momento del bisogno e che, nonostante tutto, è sempre un sostentamento ed un aiuto sempre presente nella vita.

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Fuochi nascosti – Alberto Donel

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La rubrica degli autori emergenti con “Fuochi nascosti” di Alberto Donel si tinge di mistico. Non mi sono mai approcciata a simili romanzi e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa, sebbene un inizio non troppo spigliato e veloce, ma con una forte ripresa nella seconda parte del libro. “Fuochi nascosti” esce nel 2017 ed è il romanzo d’esordio dell’autore, edito da 0111edizioni.

Trama:
Ha sofferto e lottato per emergere dalle sue umili condizioni, ha raggiunto il successo e si è sposato felicemente, senza mai rinunciare ai suoi principi. Arriva, però, il momento in cui la fortuna gli volge le spalle: suo figlio si smarrisce nei meandri dell’occulto, e lui – Thomas Braxton – si troverà coinvolto in un’avventura straordinaria e densa di insidie che lo porterà infine in un luogo arcano, dove dovrà misurarsi, per la vita sua e di altri, con il tenebroso custode di un culto primordiale.

L’autore dice di sé (per il suo profilo Instagram, clicca qui):
Diplomato all’Accademia di Belle Arti e scrittore esordiente. Quando scrivo, cerco di sentirmi cittadino del mondo. Mi piace osservare, ragionare e conoscere. Interessi: letteratura, mitologia, pittura e arte in genere, musica classica, cinema, soprattutto anni 50 e 60, e tutto quello che stimola la mia curiosità.

Come dicevo all’inizio, l’inizio del libro non mi ha entusiasmata molto. Ho avuto un impatto strano con il modo di scrivere dell’autore che tende ad essere abbastanza descrittivo e definire tutto nei minimi dettagli. Non sono solita leggere molti autori di questo tipo, quindi inizialmente mi sono trovata un po’ in difficoltà. Dopo la seconda parte del libro, invece, tutto ciò non mi è più pesato ed ho iniziato a divorare totalmente il libro fino alla conclusione. Davvero strano, non mi era mai successo, ma dopo mi aveva talmente presa che l’ho letto tutto d’un fiato. Difatti in questa parte si arriva nel fulcro del romanzo, nella parte un po’ magica della storia ed in questo caso le descrizioni dell’autore sono indispensabili al fine di crearsi nella mente l’esatta situazione, con tutti i suoi dettagli.
Insomma, rapporto di amore/odio con questo romanzo che invece alla fine mi ha sorpresa moltissimo ed è stato davvero interessante! Penso leggerò sicuramente altro di questo genere, è molto particolare!
Ho amato molto, in particolare, il personaggio di Thomas, il protagonista. Un uomo davvero umile, che si è fatto strada con le sue forze e, seppur a tratti sia molto duro, è solo dovuto al suo brutto passato e non vuole talmente tanto tornare indietro che spesso dimentica i veri valori.
Insomma, se vi piace un po’ il genere, che tratti un po’ di occulto, esoterismo e molto altro, non potete farvi scappare “Fuochi nascosti”!

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Una cenerentola a Manatthan – Felicia Kingsley

Questo libro è valutato da me:

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L’8 Novembre di quest’anno, esce “Una cenerentola a Manatthan” di Felicia Kingsley. L’ennesima storia banale ispirata alla fiaba Cenerentola? Forse sì, ma in questo caso l’autrice ha saputo davvero stupirmi per gli intrighi e gli intrecci durante il romanzo. “Una Cenerentola a Manhattan” possiamo considerarlo un romanzo rosa, molto simile alla Premoli. Mi hanno consigliato in libreria questo romanzo, mentre cercavo l’unico che mi mancava di quest’ultima e, siccome la trama era assai intrigante, ho accettato il consiglio e l’ho acquistato! Edito da Newton Compton Editori, l’ultimo libro di Felicia Kingsley non è certo da meno rispetto a quelli precedenti.

Riley non è di certo la tipica donna tacchi e fiocchettini. “Un paio di scarpe possono cambiarti la vita” è una frase al quale Riley non ha mai creduto e per lei i colpi di fulmine non esistono, se non in cielo.
Rimasta orfana alla tenera età di dieci anni, a ventisette ha ben altre cose per la testa di scarpe e amore. La sua matrigna è una vera macchina succhia-soldi che pur di fregarla e ostacolarla nella sua vita se ne inventa di ogni. Non da meno sono le sue due sorellastre che aspirano ad una carriera da web star e sono sempre pronte a remarle contro. Riley per mantenersi fa tre lavori, sennò non riuscirebbe proprio a vivere nella Grande Mela e, oltre a ciò, sta lavorando da due anni al suo romanzo che un giorno sogna di vedere sullo scaffale di una libreria. A New York, tuttavia le occasioni sono dietro l’angolo e un galà in maschera a Central Park potrebbe poterla aiutare a realizzare il suo sogno più grande. Quello che pare Riley non abbia imparato dalle grandi storie, è che a feste così grandi si possono fare incontri del tutto inaspettati. Alla fine, proprio per colpa di un paio di scarpe, si ritrova a diventare il personaggio principale di una delle favole più romantiche di sempre.

Come ho detto all’inizio, mi hanno stupita molto gli intrighi e gli intrecci nella storia che l’autrice ha saputo creare. Secondo me non sono per nulla scontati e semplici. Alla fine il romanzo si svolge in 402 pagine, ma la storia è talmente intensa che mi sembrava di averne lette molte di più in pochissimo tempo! E’ davvero incredibile perché poteva tranquillamente prendere la storia di Cenerentola, ambientarla a Manatthan ed il gioco era fatto. Invece trovo che abbia dato un tono in più alla storia e che questo contribuisca a farla risultare non banale o scontata, come possono essere molte altre rivisitazioni.
Il romanzo è pieno di continui botta e risposta fra i protagonisti, la fine di un capitolo significa desiderare di leggere il più presto possibile il prossimo e non stufa davvero mai. Mi ha molto divertita, è una lettura simpatica, fresca e leggera e molto in stile moderno.
La scrittura della Kingsley non stanca mai, è sempre ironica, pungente al punto giusto, senza dimenticare i risvolti romantici e dolci di ogni romanzo rosa che si rispetti. Trovo che questo sia un degno successore di “Matrimonio di convenienza”, del quale uscirà la recensione a breve, che mi era piaciuto davvero moltissimo.
Ho trovato molti aspetti simili alla scrittura della Premoli, quindi se amate il suo genere o comunque vi piace e vi intrattiene, avete trovato una valida rivale per i prossimi romanzi rosa che leggerete.
“Una cenerentola a Manatthan” vi farà sognare in ogni pagina, rivivrete ogni attimo più bello di questa famosissima fiaba, ma raccontata in chiave moderna e del tutto legata al mondo attuale, lavorativo e non. Insomma, cimentatevi in questa lettura divertente e lasciatevi trasportare da Riley e la sua fiaba.

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La psichiatra – Wulf Dorn

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Oggi vi parlerò di un libro che ho letto moltissimo tempo fa, praticamente appena uscito. “La psichiatra” di Wulf Dorn esce nel 2009, infatti, edito da Corbaccio editore. E’ il thriller di esordio di Wulf Dorn e, a suo tempo, ha fatto molto discutere, per le tematiche trattate, ancora poco sdoganate. Nonostante ciò, arrivò a vendere più di seicentomila copie solo in Italia e segnò una grande carriere per Dorn. Io stessa, attualmente, lo considero una garanzia.

Quello di Ellen Roth non è un lavoro semplice: lavora in una clinica psichiatrica. Ogni giorno Ellen si scontra con il lato oscuro del genere umano, la sofferenza più impensabile, il buio della mente umana. La sua carriera non le è servita a prepararsi alla paziente della stanza numero 7 che è piena di terrore, vive rannicchiata in un angolo della stanza dopo essere stata picchiata, torturata e seviziata. Rantola nel buio, fa discorsi senza alcun senso, è chiusa totalmente in sé stessa. Continua a parlare di un Uomo Nero che la sta cercando e che la ritroverà. E’ come vedere una bambina impaurita nel corpo di una donna adulta, dice che presto l’Uomo Nero prenderà anche lei.
Per Ellen tutto diventa più oscuro quando la pazienta sparisce totalmente dall’ospedale, senza lasciare alcuna traccia di sé. Nessuno all’interno della clinica l’ha vista uscire… Ma neanche entrare. Ellen la vuole ritrovare ad ogni costo, ma viene coinvolta così in un macabro gioco dal quale non sa come uscire. Vuole sapere chi è quella donna, chi è l’Uomo Nero di cui ha tanta paura e che cosa le ha fatto. Ellen dovrà cercare di ricomporre quel puzzle di violenza, paranoia ed angoscia, ma in cuor suo sa che ogni nodo verrà al pettine.

Sebbene Wulf Dorn sia tra i miei autori di thriller preferito, non posso negare che, nonostante ciò, in “La psichiatra” qualche difetto l’ho trovato. Niente di sostanziale tutto sommato, il libro si legge, è molto bello, tiene molta suspance e, a tratti, è davvero inquietante. Se siete un po’ paurosi e fifoni, come me, non vi consiglio di leggere questo libro in fascia serale o da soli in casa, sennò il rischio è che vi troviate seriamente inquietati ed impauriti! Sciocchezze a parte, tornando a noi, il difetto che ho trovato probabilmente è dovuto all’inesperienza dell’autore, essendo il suo esordio appunto, quindi il suo primo thriller. E’ stato molto abile a creare suspance e tensione, ha creato molti intrighi e molti misteri davvero inquietanti, ma alla conclusione del libro, non tutte le domande create hanno avuto una risposta. Difficile spiegarvi ciò senza dirvi anche il finale, ma ci proverò nel modo migliore che mi riesce. Diciamo che in un thriller o un giallo, devono sussistere varie domande nel lettore che poi, alla fine, devono trovare una risposta ed un perché e il tutto deve quadrare e non sembrare forzato. In questo libro, non per tutti i misteri creati è così alla fine. Quindi nel contorno lo rende forse un po’ meno perfetto. Tuttavia, è innegabile che la storia, essendo molto forte, fa passare in secondo piano tutti questi presupposti perché è sensazionale, ti lascia senza fiato, ti tiene perennemente in tensione e ti inquieta profondamente. Se l’intento di Dorn era quello di lasciare il segno, senza ombra di dubbio con “La psichiatra” ci è riuscito al massimo. La storia è molto forte perché ti pone davanti a vicissitudini davvero violente e indiscrete che vanno a colpire profondamente la sensibilità di ognuno di noi.
Insomma, come potete aver capito, non è di sicuro una lettura leggera e frivola, ma abbastanza impegnativa, ma vale assolutamente la pena di farla.
Wulf Dorn è stato il primo autore di thriller che ho letto e non l’ho più lasciato, amo il suo modo di scrivere, le sue storie sono sempre brutali, che vanno nell’intimo della psiche umana e sono capaci di sconvolgere. Senza ombra di dubbio è impossibile leggere un suo libro e rimanerne impassibili, al di là di ogni difetto che si può trovare.

 

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Giornata contro la violenza sulle donne | 50 mila pagine

Ho pensato tutto il giorno a cosa avrei potuto scrivere in questa giornata. Di norma mi limito al silenzio, ma avendo un sito ed un profilo Instagram un po’ seguiti, non mi sembrava il caso. Se non fa sentire la propria voce chi ha, seppur poca, visibilità, chi dovrebbe farlo?

Oggi, 25 Novembre, è la giornata contro la violenza sulle donne. Su questo argomento ormai ci sarebbero tante cose da dire, ma la maggior parte sono già state dette ampiamente su ogni social nelle giornate fra ieri ed oggi, che stare a ripetere sarebbe davvero superfluo.

Mi limito semplicemente a dire che violenza, non è intesa solo quella fisica, ma anche psicologica. Paradossalmente, proprio ieri che sono andata a fare la spesa, ho parcheggiato la macchina nel primo posto disponibile vicino all’entrata. Nell’auto in parte alla mia c’era una famiglia, l’uomo al volante, la donna sul sedile del passeggero e i due figli dietro. La loro macchina era spenta, ma loro erano dentro. L’uomo stava letteralmente urlando contro la donna, nonostante i finestrini chiusi, chiunque nel parcheggio poteva udire quelle urla, seppur indistinte. La donna aveva la testa bassa, guardava le sue ginocchia e lui che continuava ad urlarle contro chissà che cosa. Sono rimasta davvero colpita da questa vicenda, perché anche questa è violenza, non solo quella che può riportare un livido o una ferita, ma anche quella psicologica, che spesso può essere anche più invalidante di quella fisica. Io le motivazioni di quella lite chiaramente non le so, a chiunque di noi capita di discutere animatamente con la persona che amiamo, ma lo sguardo di quell’uomo andava molto lontano da una concezione di amore e rispetto, che anche durante una lite dovrebbe permanere fra due persone. Inoltre erano presenti anche i figli, al quale bisognerebbe insegnare il rispetto fin da subito. Se un ragazzo o un bambino impara che è normale urlare e inveire contro una persona, farò suo questo comportamento e lo riproporrà in età adulta: l’educazione parte dai primi anni di vita.

Insomma, questa piccola mi ha fatto riflettere perché siamo noi donne in primis a voler dire basta a queste cose, a non stare con uomini che non ci rispettano, a non portare avanti relazioni deleterie e a pretendere di essere trattate al pari di ogni uomo. Non è mai troppo tardi, eliminiamo dalla nostra vita qualsiasi forma di non rispetto, cerchiamo di relegare in un angolo remoto del mondo questi uomini che sanno farsi rispettare solo con la forza.

Per rimanere in tema del mio blog, ho così deciso di raccogliere alcuni libri che ho letto negli ultimi anni, che hanno come protagoniste delle donne forti, in un qualunque genere letterario, in un qualsiasi romanzo. Il minimo comune denominatore è solo la forza, emotiva e fisica, che spesso noi donne dimentichiamo di avere e che, in giornate come queste, è giusto ricordare.

Hunger Games” di Suzanne Collins. Katniss è una donna “con le palle sotto”. Ha la forza di andare contro ad un sistema che vede come soli vincitori i ricchi, che sono ricchi con lo sfruttamento dei poveri. Katniss è una ragazzina, ha sedici anni, ma questo non le impedisce di sfidare chi sta ai vertici e far valere la sua vita, insieme a quella di un popolo intero, che è trattato come lei.

Resta con me” di Tami Oldham Ashcraft. Tami, che è anche la protagonista, ha scritto un libro autobiografico. Difatti Tami è una donna strabiliante che, negli anni ’80 è sopravvissuta per quarantuno giorni dispersa nell’Oceano Pacifico, prima di essere avvistata. Tami si sente sola, un po’ pazza con le allucinazioni, ma sopravvive, riesce a dirigere la nave senza vele ne motore, verso le isole delle Hawaii, con le poche conoscenze di navigazione che ha.

La treccia” di Laetitia Colombani. E’ la storia non di una, ma di tre donne strabilianti. Tutte e tre lottano contro qualcosa di diverso, ma a loro modo molto simile. Tutte e tre combattono contro qualcosa di più grande di loro, si fanno spazio nel mondo con la loro unica forza morale ed emotiva, contando solo su se stesse per poter cambiare la loro vita.

La donna di ghiaccio” di Robert Bryndza. E’ un thriller che ha come protagonista una detective donna alle prese con i suoi disturbi post lutto. Difatti Erika, in un’incursione, ha perso suo marito, anch’esso poliziotto, ma questo non le proibisce di continuare a lottare contro il crimine, anche per contro del suo amore ormai perduto.

Alaska” e “Hanover House“, il suo seguito, di Brenda Novak. Evelyn Talbot è una donna che in età adolescenziale ha subito delle torture indicibili. E’ stata stuprata, violentata e picchiata ed è sopravvissuta per pura fortuna, dopo aver visto le sue migliori amiche morire della stessa sorte. Evelyn combatte per tutta la vita contro uomini come quello che l’ha torturata perché, invece che nascondersi, è ben decisa ad impedire che quello che ha passato possa succedere ad altre donne.

Divergent” di Veronica Roth. Tris è una ragazza di sedici anni, molto giovane, che come Katniss di Hunger Games, sfida il sistema ingiusto che condiziona le persone da moltissimi anni. La forza e la determinazione di Tris aiuterà migliaia di persone e migliorerà le loro vite.

Vox” di Christina Dalcher. Qui siamo in un mondo dove le donne sono obbligate dal sistema a fare le casalinghe, a non avere propri conti in banca, a non avere qualcosa che sia solo loro. Sono obbligate ad essere degli oggetti dei propri uomini, non possono neanche parlare, se non per 100 misere parole al giorno, contate da un bracciale fisso al loro polso che da scosse molto forti se si supera il limite. La protagonista, per sè stessa, per sua figlia e per tutte le donne come lei, troverà il modo di combattere questa ingiustizia e riconquistare i diritti per ogni donna.

 

Storie molto diverse fra di loro, come potete notare, ma la forza e la determinazione della donna è sempre protagonista di questi libri. Queste donne hanno avuto la forza di dire basta, di farsi rispettare, di riprendersi i propri diritti perché nessuno può limitare le nostre vite e lo hanno fatto non solo per loro stesse, ma anche per tutte le altre donne che, come loro, vivevano in quella condizione. Noi donne siamo forti, esattamente come gli uomini, solo che spesso ce ne dimentichiamo e non abbiamo il coraggio di farci valere. Queste giornate servono a questo, non per ricordarcelo, ma per cercare di darci la forza che gli altri 364 giorni dell’anno forse dimentichiamo. Non è una giornata a cambiarci la vita, ma è da una giornata che possiamo iniziare a farla cambiare. Forza donne.

Il pane sotto la neve – Vanessa Navicelli

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Potete inoltre visitare il suo sito web ed il suo profilo Instagram!

Non so neanche come cominciare questa recensione, così a caldo, appena finito il libro. Perché di norma è così che faccio: finisco un libro, scrivo subito quello che mi passa per la testa in quel momento, senza rimuginarci su, senza

pensarci su. Questo mi aiuta ad essere totalmente sincera, in questo modo posso solo scrivere il mio reale pensiero sul libro. So che se iniziassi a rimuginare, pensare, non sarebbe il mio pensiero reale, ma devo ammettere che in questo caso mi risulta difficile, perché sono rimasta senza parole. E, capiamoci, non è una cosa poi così facile!
Quando l’autrice mi ha scritto per questa collaborazione, mi ha rapita la sua lunghissima e bellissima mail di presentazione. Mi ha presentato il suo romanzo come una madre presenta orgogliosa il suo bambino a tutto il mondo, da quanto ne è fiera. Quando vedo questo in una mail, già sono automaticamente propensa alla lettura e alla collaborazione, perché mi aspetto grandi cose e, per fortuna, di norma non sbaglio.
Parlo di “Il pane sotto la neve” di Vanessa Navicelli, uscito nel 2017. Inoltre voglio fare una menzione speciale ai ringraziamenti finali del romanzo. L’autrice fa sapere al lettore che ha studiato molto queste vicende, ma soprattutto ha ascoltate molte testimonianze e aneddoti raccontanti da persone che hanno davvero vissuto in quel periodo o che li hanno semplicemente tramandati ai proprio famigliari.

L’autrice dice di sé:
Sono nata a Vicobarone, un piccolo paese sulle colline piacentine, ma da anni vivo a Pavia. Sono cresciuta coi film neorealisti italiani, con le commedie e i musical americani, coi cartoni animati giapponesi, coi romanzi dell’Ottocento inglese e coi libri di Giovannino Guareschi. (Be’, sì… anche coi miei genitori.)
Mio padre mi ha trasmesso l’amore per la libertà. Mia madre un modo buffo e tenero di vedere le cose. Tutte e due mi hanno spinta a inseguire sempre (con tenacia) i miei sogni. (Hanno anche un sacco di difetti, eh! Ma queste cose… eh, queste sono impagabili.)
Amo la neve (specie mentre scende), l’opera lirica (Verdi come nessun altro), il buio e il silenzio del teatro (quando sta per aprirsi il sipario), e il mare a settembre.

Trama:
Una coppia giovane, due figlie, un paesino, degli amici, tante difficoltà e la voglia di farcela.
Sembra una storia di oggi. Invece… è ambientata nella prima metà del Novecento.
“Torniamo all’antico, sarà un progresso!” diceva Giuseppe Verdi. Ed ecco allora un romanzo che ci ricorda le nostre radici. Chi siamo e quanto ci è costato arrivare fin qua.
Il pane sotto la neve è un romanzo di narrativa popolare, ambientato “da qualche parte sulle colline dell’Emilia, al confine con la Lombardia, dove la provincia di Piacenza abbraccia la provincia di Pavia.”
È la saga di una famiglia contadina dai primi del ’900 fino alla primavera del 1945.
Si racconta della prima guerra mondiale, della fatica del lavoro in campagna, delle figlie che crescono e si fidanzano. Dell’arrivo della seconda guerra mondiale, della Resistenza. E dei nipoti: chi parte soldato, chi diventa partigiano.
Un mondo e una felicità fatti di piccole grandi cose. Tra politica e apparizioni della Madonna, canzoni degli alpini e orgoglio partigiano, la musica di Verdi e le passeggiate lungo il Po, innamoramenti inattesi e le gare ciclistiche di Bartali e Coppi, le recite di Natale in parrocchia e un bicchiere di vino all’osteria.

E’ importante, prima della recensione, farvi sapere che, fin da che ero ragazzina, non ho mai amato molto la storia. Di conseguenza, ai romanzi storici mi sono sempre tenuta bene alla larga. Non per cattiveria o altro, ma proprio perché temevo mi potessero annoiare e, capiamoci, leggere un libro che annoia è impossibile, oltre che un’estrema tortura. Grazie a questo libro, invece, ho capito che dipende da come viene scritto, raccontato e come riesce a farti entrare nel pieno della storia, in quegli anni così difficili.
Come dice la trama, il tutto si svolge nella prima metà del novecento, quindi va a toccare tematiche particolari come la Prima e Seconda Guerra Mondiale e la vita delle persone più povere, i contadini, come erano Tino e Cesira, i protagonisti.
L’autrice non scende in troppi dettagli storici quindi per una persona come me, come vi ho detto nella premessa, è proprio il massimo. Ho potuto apprezzare ogni parte del libro proprio per questo. Mi sono innamorata dei protagonisti ogni pagina di più. Inoltre questo romanzo fa parte di una saga, nei libri successivi il focus sarà su altri personaggi secondari come le figlie o i nipoti di Tino e Cesira e posso tranquillamente dire che non vedo proprio l’ora! Nella lettura, infatti, ho imparato ad apprezzare anche loro, quindi un libro totalmente dedicato sarei più che felice di leggerlo.
L’ho letto tutto d’un fiato, non mi ha mai stancata, volevo sempre di più. Mi ha rapita, ero proprio concentrata mentre leggevo, per assorbire ogni dettaglio ed ogni emozione che poteva trasparire dai capitoli.
Questo romanzo, come dice l’autrice, è stato scritto per poter essere letto e apprezzato da tutti. Per permettere a tutti di conoscere quella vita, quelle vicende. L’intento, secondo me, è ben riuscito, assolutamente. E’ leggero, scorrevole, chiaro e arriva dritto al punto, senza perdersi negli eventi, rimanendo sempre schematico e con un fine ben preciso. I dati storici ci sono, per forza di cose, ma non sono fastidiosi, forzati o noiosi. L’unica cosa che forse potrei dire è che il lato emotivo dei personaggi, almeno dei protagonisti, poteva essere approfondito un po’ meglio, ma per quanto mi riguarda è un libro bellissimo, che ti pone davanti a realtà così lontane, ma allo stesso tempo così vicine e nonostante questo rischiano sempre di essere dimenticate.
Io ho pianto alla fine di questo romanzo. E’ vero che sono una persona molto emotiva, ma non piango per niente. Le ultime pagine me le sono totalmente divorate, sono state un turbinio velocissimo di emozioni che non potevano concludersi in modo migliore. Quando piango alla fine di un libro non mi spiace, so che mi ha toccata nel profondo, che mi ha trasportata e so che, in questo genere di romanzi, può essere solo che un bene.

 

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Hanover House – Brenda Novak

Questo libro è valutato da me:

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Non faccio mistero del fatto che “Alaska” di Brenda Novak sia in assoluto il mio thriller psicologico preferito. L’ho già recensito, è stato la mia prima recensione su questo blog, non a caso, cliccate qui per accedere. Non potere quindi immaginare la mia felicità quando è uscito questo seguito, “Hanover House“, sempre di Brenda Novak. L’ho aspettato e bramato per molto e quando finalmente l’ho avuto tra le mani, ho iniziato a leggerlo all’istante! Ho letto Alaska all’inizio del 2018, quindi per il seguito non ho dovuto attendere poi così tanto, ma tuttavia morivo di curiosità!
Hanover House” esce a Ottobre 2018, edito da Giunti editore, tradotto da Bortolussi Stefano e, come ho detto prima, è il seguito del best-seller “Alaska”, un thriller psicologico carico di tensione e colpi di scena!

E’ passato ormai un anno dal trasferimento di Evelyn Talbot in Alaska, dove ha fondato Hanover House, una clinica psichiatrica che ospita molti dei killer più spietati d’America per fini di studi sulla psiche umana. La maggior parte di loro non hanno una mente brillante, sono in pochi a distinguersi e questo è il caso di Lyman Bishop, chiamato “il fabbricante di zombie”, che a differenza degli altri era un dottore di laboratorio, laureato e ben stimato da tutti i suoi colleghi, insospettabile praticamente. Appena Evelyn lo incontra sente il sangue gelarsi e non è colpa dell’ennesima tempesta imminente sui territori dell’Alaska. Bishop è abile, il suo istinto le dice che è colpevole, ma lui si professa innocente con così tanta fermezza che la sua convinzione vacilla. Quando viene ritrovato il corpo di una donna uccisa con un rompighiaccio, il dubbio che sia l’uomo sbagliato si insinua sempre di più nella mente di Evelyn. Tuttavia la vita per lei non sembra darle tregua, la minaccia di Jasper, il ragazzo che a sedici anni l’ha rapita e seviziata per giorni, è sempre più vicina. Sarà solo un caso che la donna massacrata assomigli terribilmente alla psichiatra?

Ma era giunto il momento di spingersi oltre, di sottrarsi all’ombra del passato e fare l’amore con lui senza preclusioni, esprimendo quello che provava senza lasciarsi frenare da ciò che le aveva fatto Jasper. Questo è Amarok. Lui non mi farà mai del male.

Prima che iniziate questa lettura vi voglio avvertire che non è il capitolo conclusivo. Io non lo sapevo e ci sono rimasta terribilmente male alla fine! Sono stata una decina di minuti molto scossa dopo la fine perché mi aspettavo un epilogo conclusivo ed invece no! Un senso di impotenza e di rabbia si è insinuato in me, quasi la situazione fosse reale. E’ questo l’effetto che mi fa la scrittura di Brenda Novak! Mi inquieta, mi fa rabbrividire, mi fa paura, mi terrorizza e mi trascina nell’ambiente freddo e pacato dell’Alaska senza che io me ne accorga. Un senso di inquietudine, insieme ai brividi, sono stati i miei compagni perenni durante la lettura di “Hanover House”. Il personaggio di Jasper mi inquieta seriamente, una persona capace di fare cose terribili e di mostrarsi così innocente e “normale” davanti a tutti.
Mi spiace, questa recensione sarà molto noiosa perché per la Novak ho solo grosse lodi da fare. Il modo in cui narra le situazioni, le descrive, le costruisce, da i giusti dettagli senza mai annoiare o stancare. Il modo in cui i personaggi sono ben costruiti, di come li fa crescere nel corso della narrazione. Se il personaggio di Jasper mi inquieta così tanto e mi mette i brividi, è solo perché dietro c’è un lavoro fantastico da parte dell’autrice.
Ho amato anche il modo in cui ha fatto evolvere Evelyn, rispetto a come l’abbiamo lasciata in “Alaska”. Insieme al rapporto con Amarok, che si rivela sempre il mio uomo ideale (lo vorrei anche nella realtà!). In “Hanover House” ci regala anche dettagli e descrizioni del loro rapporto, anche sotto il punto di vista sessuale, che era un argomento complicato per Evelyn, a causa delle torture ricevute in adolescenza. Insomma, in quel tratto mi pareva molto “50 sfumature di Amarok”! Ma ai fini della storia era un passo fondamentale, per far capire l’evoluzione del loro rapporto e di Evelyn, di come stia cercando seriamente di lasciarsi il passato alle spalle.
Il libro si può leggere anche senza aver letto precedentemente “Alaska”, tuttavia non è una cosa che consiglio, si apprezza molto di più. A questo punto suppongo sarà una trilogia, quindi assolutamente va letto tutto, secondo me.
Da non sottovalutare comunque anche il punto di vista psicologico del thriller, che io amo alla follia nei thriller in generale e amo il modo in cui lo sviluppa la Novak. Come nel primo, gli spunti di riflessione, degli studi citati, regala delle nozioni interessanti riguardo la psicologia umana e quella dei serial killer più spietati. Tutto ciò è il contorno perfetto ad un thriller carico di tensione, che non abbandona mai il lettore durante tutte le 423 pagine, insieme ai colpi di scena, che non mancano neanche in questo seguito.
Insomma, spero che tra “Hanover House” e il terzo libro non passi troppo perché io sto già morendo ora di curiosità, non vedo l’ora di vedere Jasper che perde, quindi devo fare incetta di pazienza, sperando che venga poi ripagata da un finale con i fiocchi!

 

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Choose me, choose you, choose us – Jasmine Hashem

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Eccoci per un altro autore emergente. Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli autori emergenti che si stanno affidando a noi per avere una recensione, non ci aspettavamo sinceramente un’adesione così numerosa a questa rubrica, eppure ci sono arrivate tantissime richieste che spesso fatichiamo a stare dietro a tutte le vostre mail!
Oggi parliamo di “Choose me, choose you, choose us” di Jasmine Hashem. La ragazza è in campagna su bookabook, quindi non è ancora stata pubblicata ufficialmente, quindi vi lascio tutti i link del caso per supportarla ed anche per il suo profilo Instagram.

Trama:
Ognuno affronta il dolore come meglio crede. Jane e Vince sono due ragazzi, compagni di liceo, che all’età di diciotto anni si ritrovano ad affrontare la perdita di un genitore. Una stessa storia che innesca però due reazioni totalmente differenti. Se Jane, dopo la morte del padre, inizia a mangiare a dismisura e a ingrassare, Vince, dopo la morte della madre, si chiude in se stesso scegliendo di vivere in totale apatia. Sono conoscenti, non amici, eppure lei si sente inspiegabilmente legata a lui. Dopo aver compreso ciò che sta facendo a se stessa, Jane decide di cambiare stile di vita. A venticinque anni è una donna sicura e serena. Studia, ama lo sport e pratica la boxe. Un ragazzo conosciuto al corso di boxe sarà per lei il primo appuntamento. Prima di questo decide però di rivedere Vince. Il loro incontro sarà decisivo e le incomprensioni non mancheranno. Non è facile esporsi e aprirsi, né tanto meno lo è arrendersi. L’amore a volte è una questione di scelta. Scegliere spesso richiede estremo coraggio. Ci sono situazioni, però, in cui scegliersi non rappresenta una scelta. Se fosse questo il caso?

Scrivere la recensione di un autore emergente la vivo come una seria responsabilità, sia nei confronti dell’autore che nei confronti del lettore che mi legge e mi ascolta. Questo libro l’abbiamo scelto perché tratta una tematica molto particolare, come quella della perdita di una persona cara e di due modi totalmente opposti di vivere questo lutto, che secondo me è la particolarità del libro, la parte che fa più riflettere. Questo è un po’ il cuore del romanzo rosa in oggetto, al quale la storia tra Jane e Vince fa da perfetta cornice. Avrei gradito una descrizione migliore dell’amore tra i due protagonisti, perché non si percepisce molto, secondo me, la ragione per il quale Vince sia così infatuato e preso da Jane, che apparentemente è stata solo una compagna di scuola con il quale lui non parlava neanche granché. Insomma, questo lato andava più approfondito ed articolato.
Il romanzo non è stato corretto o ripassato dall’editore ancora, ma si presenta “nudo e crudo” così com’è stato scritto, non essendo appunto ancora stato pubblicato. sono presenti alcuni errori grammaticali, di punteggiatura e linguistici. Tuttavia una rilettura dovrebbe bastare a renderlo già meglio sotto questo punto di vista, anche prima del passaggio dell’editore.
La storia tra Vince e Jane è molto romantica alla fine. Come detto prima, hanno entrambi avuto uno dei lutti più brutti da patire: la perdita di un genitore. La descrizione della reazione e del modo di vivere questo periodo della vita è molto strutturato e dettagliato, trasporta molto nella storia ed aiuta ad immedesimarsi e capire i personaggi. Se lei ingrassa a dismisura e si ritrova obesa, introversa ed insicura, lui si chiude in sé stesso, chiude rapporti con amici, con il padre e rantola nel buio.
Un’ultima unica pecca è che il romanzo non è ambientato in un luogo specifico, non viene detto o specificato, quindi ogni lettore si fa una propria idea sul posto dove si svolge il tutto. Tuttavia i nomi ed i cognomi dei personaggi sono tutti inglesi/americani, ma le ambientazioni della scuola, da ciò che si può dedurre, anche se non specificato direttamente, delle canzoni di cui si parla, è tutto italiano. Questo crea una sorta di incoerenza, ma diciamo che è più una sottigliezza che altro.
In conclusione il romanzo si chiude come ogni romanzo rosa che si rispetti meriti di finire, quindi occhi super a cuore e l’amore trionfa sempre. L’idea è molto bella, il dettaglio sui lutti, i modi di reagire, sono molto particolari ed i veri protagonisti della storia ed offre molti spunti di riflessione e, perché no, un aiuto a superare un evento così drammatico della vita.